La mano e gli occhi

C’era una volta a San Vito una scuola di ricamo… Questa non è, però, una favola. E’ una storia vera. Rivissuta grazie alla testimonianza di chi in quella scuola ha “studiato”, ne ha raccolto i frutti e, nel proprio piccolo, cerca di perpetuarne la tradizione.
Lo spunto a raccontarla nasce da una fredda serata di quest’aprile che non accenna a mostrare il proprio volto primaverile e che ha costretto il sottoscritto a cercar compagnia fra quattro mura, nella sede della Ginestra. E’ qui che incontro le tre ormai ex allieve di quella scuola, le quali, nell’arco di una piacevolissima chiacchierata, mi delucidano i particolari della nostra storia. Le tre ricamatrici – Anna Dionisio, Elisa Flamminio ed Anna Olivieri – pur non appartenendo ancora alla mezza età, parlano al passato più che remoto dei loro ricordi legati a quella scuola, ad indicare un’epoca che non c’è più.

Era quello, infatti, un periodo nel quale le ragazze del paese, una volta terminati gli studi elementari, si trovavano di fronte ad un bivio. Chi aveva voglia e possibilità continuava gli studi, iscrivendosi alle scuole medie a Lanciano. A chi mancava l’una o l’altra, o entrambe, non rimaneva che frequentare la suddetta scuola di ricamo di San Vito, gestita dalle Suore del Preziosissimo Sangue. “Le ragazze, più di trent’anni fa – spiega Elisa Flamminio, inondandoti con il suo sorriso – dovevano tenere in gran considerazione le opinioni delle nonne, ancor più di quelle delle madri. Secondo le nostre nonne solo la frequenza della scuola delle suore poteva garantire un’educazione improntata alla massima serietà e ai più sani principi morali”. E non solo. “A quei tempi – interviene con la sua tipica cadenza del Colle Anna Olivieri, bruna mediterranea – non era mica come oggi. Secondo l’opinione comune era quasi inconcepibile per noi ragazze il contatto con i nostri coetanei maschi e, quindi, per allontanare la tentazione, cosa c’era di meglio che tenerci lì a scuola mattina e pomeriggio?”.

Mano afferra sabbia

A tali intenti pedagogici facevano da risvolto anche ragioni più utilitaristiche. A scuola di ricamo si rimaneva in pratica fino al giorno del fatidico sì. Alle suore spettava pertanto il compito di integrare l’educazione domestica impartita alle ragazze in casa, al fine di arricchire il bagaglio di conoscenze e abilità pratiche di future spose e madri “Ed è proprio per questo – aggiunge l’altra Anna, quella dai capelli fulvi, sgranando i suoi occhi luminosi – che noi ragazze passavamo la maggior parte del tempo a ricamare i capi del nostro corredo nuziale”.
L’importanza di tale scuola è presto detta: alle allieve offriva la possibilità di imparare un mestiere, garantiva serietà e un’educazione con¬venzionale, dava l’occasione di poter passare gran parte del tempo insieme. L’insegnamento si svolgeva in due fasi. Per le bimbe delle elementari prevedeva un periodo più leggero, che veniva effettuato durante l’estate. Continuava poi con l’insegnamento delle fasi di lavorazione più impegnative per le ragazze dagli 11 anni in su, secondo i tempi di un calendario che ricalcava quelli della scuola media. Il passaggio dalle fasi di ricamo più semplici a quelle più complesse avveniva comunque sotto il controllo delle suore, le quali valutavano con propri criteri i miglioramenti delle allieve, senza ricorrere ad esami di sorta.
Quella scuola ha chiuso i battenti una quindicina di anni fa. Le Suore del Preziosissi¬mo Sangue si occupano oggi dei bambini in età prescolare, ma il loro antico insegnamento viene tramandato dalle ex allieve a sorelle e figlie. “Nel paese c’è ancora una trentina di ricamatrici – precisa Elisa – ma siamo solo una decina a lavorare per conto terzi”.

Quello del ricamo è un lavoro minuzioso e metico¬loso, che richiede pazienza e tanto tempo. All’inizio, sulla stoffa da “decorare”, che in genere è lino, misto lino o quella vecchia delle nonne (“acce e acce e tre fili di cuttone” come specifica Anna Olivieri) si va a ricalcare con la carta copiativa il disegno che interessa. Poi sui contorni di questo si va ad effettuare il vero e proprio ricamo. Le più brave riescono a portare a termine il loro ghirigoro anche senza ausilio della carta copiativa. I ricami più facili, come il punto a croce, a catenella, Rodi, Assisi, vengono fatti a mano libera. Quelli più difficili e raffinati, la retina, il punto pieno, il punto raso, richiedono l’uso dell’apposito telaio. “Le difficoltà maggiori – ci tiene a chiarire Anna Dionisio – vengono dalla necessità di avere insieme un disegno iniziale ben delineato, gran precisione nella mano e una vista particolarmente fine”. “Si tratta di un vero e proprio dono di natura” confida con mal dissimulata civetteria l’altra Anna.

I temi dei disegni sono vari, anche se alcuni ricorrenti: quelli floreali, scene di vita campestre, personaggi in abiti antichi. I capi sui quali vengono ricamati, da sempre, sono generalmente quelli del corredo da sposa (Anna Dionisio, poi, a detta delle altre due, è una vera e propria maestra nel ricamo del cosiddetto “primo lenzuolo”, il capo principe del corredo nuziale). Ma i ricami, così come in passato, sono apposti anche su camicette, fazzolettini o paramenti sacri. “Un esempio – è Elisa a parlare – sono i ricami dorati che figurano sulla veste nera della statua della Madonna Addolorata della chiesa dell’Immacolata Concezione. Li facemmo al tempo in cui la scuola era ancora aperta”. Il clima di amicizia fra le ricamatrici non è venuto meno: la collaborazione è grande. Le piccole e legittime gelosie non impediscono infatti all’una di chiedere consiglio alle altre per i disegni, i prezzi dei filati e le difficoltà di lavorazione. Su tutte aleggia lo spirito di suor Plautilde o di suor Maria Cavalaglio, che negli anni si erano succedute sulla “cattedra” della scuola di ricamo. “Suor Maria è stata la mia insegnante. -dice Anna Olivieri – E’ stata una guida morale per tutte le allieve, dandoci buoni principi e insegnandoci il rispetto per il prossimo. Sopportava pazientemente tutte le nostre intemperanze dì ragazze, sicché per noi l’istituto delle suore diventava il luogo di tutti gli svaghi leciti, oltre che di lavoro e di preghiera”. “Per me, poi – continua l’altra Anna – la madre superiore ha rivestito un ruolo particolarmente importante dopo la scomparsa prematura di mia madre”.

Sono ancora in tanti a rivolgersi alle ricamatrici di San Vito per le loro “preziose” opere: clienti di tutte le età, anche se le più giovani non sono la maggioranza. Le nostre amiche, poi, dall’alto della loro esperienza ultratrentennale, lavorano con risultati apprezzatissimi per clienti di fuori regione. “I ricami artigianali sono preferiti a quelli industriali – puntualizza Elisa – non solo per la bellezza, ma anche perché meglio resistono all’usura del tempo e dei lavaggi. Peccato che di ore a disposizione non ne abbia molte, il negozio mi tiene parecchio impegnata. Altrimenti avrei più tempo per fare i miei ricami colorati su stoffe candide, con fiori o piccole scene di vita, i miei soggetti preferiti”. Al discorso del tempo è particolarmente sensibile Anna la bruna, anch’ella impegnata in un’attività commerciale: “Tra il negozio e i lavori domestici è sempre difficile trovare ritagli di tempo per dedicarsi al ricamo. Per fortuna oggi il nostro lavoro di ricamatrici viene meglio remunerato di prima, quando eravamo quasi sfruttate. Altrimenti l’avremmo abbandonato anche noi”. L’altra Anna (“quella che sa fare i ricami più raffinati, bianco su bianco” dicono in coro le altre due) non ha problemi di orari. L’attività di casalinga le permette di impegnarsi a tempo pieno: “La lunga durata e la minuziosità delle lavorazioni, l’apertura delle scuole medie a San Vito, la non sempre invitante remunerazione e il calo delle richieste – spiega – hanno portato all’attuale decremento delle operatrici del settore. “.

La conversazione è finita e si chiude il libro dei ricordi. Speriamo solo che, riaprendolo in futuro, non vi dovremo mai leggere: c’era una volta a San Vito l’arte del ricamo…

Fabio Di Giovanni da “La Ginestra” aprile 1994