Vasto

Vasto (Uast in dialetto vastese) è un comune italiano di 39.005 abitanti in provincia di Chieti. È la settima città per popolazione nella regione Abruzzo.

Storia

Vasto è l’Histonium della Roma antica, di cui rimangono antichi resti, molti in fase di scavo, nel centro storico.

La leggenda narra che Diomede, Re d’Etolia, guida degli Illari, dopo l’assedio di Troia, si esiliò volontariamente dalla sua Patria e sbarcò con le sue genti nell’Italia Meridionale dove fondarono diverse città tra cui Histon (scelse questo nome perché gli ricordava il monte Histone di Corfù).

Secondo le tesi storiche i primi insediamenti risalgono a diversi secoli prima della venuta di Cristo.- 1184 a.C. (10 anni dopo la fine della guerra di Troia).

Verso il V secolo a.c. vi si insediarono i Frentani, antica popolazione italica di origine sannitica dedita al commercio della lana. Histon in seguito alla guerra sociale del I secolo a.c. (91-88 a C.) divenne Histonium (deriva dal dal greco iston che vuol dire tela di lana) e fu elevato a municipio romano (potendo oggi vantare sul proprio stemma la dicitura VASTUM OLIM HISTONIUM ROMANUM MUNICIPIUM) e durante l’età imperiale acquisì importanza e prestigio.

Oggi giorno la città presenta ancora l’antica struttura romana, a trama viaria ortogonale nella parte nord, apparendo infatti evidente il Decumano massimo e il cardine principale inglobate dalla cinta muraria medioevale di cui resta la porta (santa Maria) ed un torrione cilindrico (di Bassano). La città romana vantava il campidoglio, le terme e numerosi templi e ville augustee oltre ad un anfiteatro (celato sotto piazza Rossetti). La frana del 1956 ha cancellato le numerose tracce di antichità esistenti nella parte orientale.

Nel tardo impero cominciò il declino durante il quale venne continuamente esposta a dominazioni e saccheggi, dapprima dai longobardi con Teodorico il quale lo fece aggregare al ducato di Benevento come gastaldato, e poi nell’802 venne distrutta dai franchi di Pipino il Breve, guidati da Guasto d’Aimone duca di Dordona. Una parte del terreno venne poi assegnata in premio allo stesso Guasto d’Aimone, il quale rapito dall’incantevole luogo decise di fondare sulle rovine di Histonium una città che prese il suo nome. Un’altra parte venne data a un Gisone (da cui Guasto Gisone).

Fu coinvolto in un fiume turbinoso di vicende di guerre e passò sotto vari feudatari, dal secolo IX al secolo XIV: splendore e decadenza si avvicendarono con un ritmo sconcertante. Tra il X e il XII secolo venne devastato dai Saraceni e dagli Ungari fino a quando la città divenne possedimento dell’Abbazia di San Giovanni in Venere dal 1041 al 1271. La città venne saccheggiata anche dai Crociati nel 1194 e dai Veneziani nel 1240.

Nel 1177 Papa Alessandro III rimase a Vasto, costretto da una tempesta, per un mese (dal 7 febbraio al 9 marzo) fino al giorno delle Ceneri. In riconoscenza all’ospitalità offerta il 12 dicembre dello stesso anno Papa Pio VI concesse alla città l’indulgenza plenaria in forma di Giubileo che si celebra tutt’oggi la terza domenica di gennaio di ogni anno presso la chiesa di Sant’Antonio da Padova dal 1956 (anno in cui ci fu la frana che interessò la chiesa di San Pietro ove fino ad allora veniva celebrato il “Beneficium”).

Nel 1385 vennero fuse Guasto d’Aimone e Guasto Gisone per disposizione di Carlo III di Durazzo. Si impadronirono del Vasto dapprima i Caldora (a cui si devono: il castello caldoresco, la torre di Bassano, la torre Diomede de Moro e la Torre di Santo Spirito), poi i Guevara e poi i D’Avalos. Il feudo poi passò nuovamente nelle mani dei Caldora, dei Guevara per poi essere infeudato nel 1496 a Roderigo D’Avalos la cui famiglia la tenne poi fino al 1798.

I D’Avalos nobile famiglia spagnola vi trasferirono il fasto della corte iberica e costruirono uno splendido palazzo: il palazzo D’Avalos (distrutto dai turchi nel 1566 e poi ricostruito in stile rinascimentale). La città per la sua bellezza venne chiamata l’Atene degli Abruzzi. Il 29 marzo 1710 Carlo III d’Austria, con suo diploma concede a Vasto il privilegio del titolo di “Città”.

La rivoluzione francese, i moti e l’instaurazione della monarchia napoleonica ebbero notevole influsso sulla vita della città e Vasto fu la prima città d’Abruzzo che, il 4 settembre 1860, dichiarò decaduto il Regno Borbonico innalzando il Tricolore di Garibaldi e di Vittorio Emanuele.

Nel 1938, in epoca fascista, Vasto venne ribattezzata ufficialmente Istonio, con un chiaro riferimento al suo antico nome latino, Histonium, e mantenne tale denominazione fino all’autunno del 1944.

Torino di Sangro

Torino di Sangro sorge sulla dorsale di una collina (Altitudine sul livello del mare di mt. 164) che va da oriente ad occidente, tra gli olivi del Fiume Osento e dei torrenti Frainile e Ripari. Il paese domina da destra la bassa valle del fiume Sangro, compresa la sua Foce e il suo territorio si estende per 32,31 Kmq su un’area intensamente coltivata. Torino di Sangro confina con il Mare Adriatico e i territori di Casalbordino, Villalfonsina, Paglieta e Fossacesia.
Numerose sono le ipotesi sull’origine del nome di “Torino di Sangro”, un’antica leggenda narra che a causa dell’invasione saracena, una parte degli abitanti in fuga seguirono un toro che si fermò sulla collina su cui oggi sorge il paese e, proprio per onorare il ricordo dell’ animale che li aveva tratti in salvo, che l’insediamento prese il nome “Torino”. L’ipotesi più accreditata, invece, fa risalire l’origine del nome a Tauros che significa monte. Fino al XIX secolo la città si chiamava semplicemente “Torino”. Il 20 luglio 1862 il Consiglio Comunale deliberò di mutare il nome in “Torino Del Sangro”, divenuto poi l’attuale Torino di Sangro, per ovviare a disguidi postali registrati, soventemente, a causa dell’omonimia con la più nota città piemontese. La curiosità dei visitatori è stimolata da posti come la Lecceta, il Fiume Sangro, il Cimitero Militare Britannico e il magnifico lungomare. Durante l’anno il paese è ricco di eventi di ampio richiamo come: la Festa del 10 dicembre, il Carnevale, la Festa della Madonna di Loreto, la Festa di San Felice e la Festa dell’Artista.

Il Fiume

Lungo l’ultimo tratto del fiume Sangro ed alla foce (che insiste sul territorio di Torino di Sangro) sono presenti delle fasce di vegetazione ripariale con Populus alba, Populus nigra, Salix alba, Alnus glutinosa, Salix triandra. Questi lembi di vegetazione, nonostante siano degradati ed esegui, sono importanti per la rarità con cui si presentano nel nostro territorio. Alla foce si osservano un fragmentato con popolamenti quasi monospecifici di Phagnites ed un bel aggruppamento di Tipha minima pianta relativamente rara e localizzata in Abruzzo. A circa un chilometro dallo sbocco del mare, in pratelli erbosi e radure di querceti e roverelle, il prof. Tommaro ha rinvenuto Romulza Columnae. Inoltre in questo ambiente è stato rinvenuto Linum maritinum che qui raggiunge il limite meridionale di distribuzione lungo il versante adriatico. Quest’ultima è una specie molto rara causa le numerose bonifiche che hanno interessato questi ambienti. La lecceta di Torino di Sangro rappresenta un patrimonio vegetale di enorme rilevanza sia dal punto di vista paesaggistico che per l’importanza litogeografica. Infatti, in questo consorzio forestale, ultimo relitto locale di foresta mediterranea, si ritrovano associazioni vegetali di derivazione balcanica, che testimoniano collegamenti tra la penisola italica e quella balcanica.
La Fauna – Il tratto della foce del fiume Sangro è relativamente ben conservato. Tra gli alberi che ornano le rive del fiume, le cannucce e le rive degli stagni trovano rifugio, durante i passaggi migratori, numerose specie d’uccelli acquatici anche rare come il Cavaliere d’Italia (simbolo della LIPU), il Falco di palude, il Suaso piccolo, le Beccacce di mare, il Cormorano, che sverna soltanto sulle antistanti scogliere frangiflutti ecc. Anche uccelli rarissimi in Abruzzo, come la Chiandaia marina ed il Ruccione, frequentano saltuariamente la zona (quest’ultima sembra addirittura nidificante). Ben più comune e nidificante è il Martin Pescatore ed il Topino.

Il Mare

A ridosso di Torino di Sangro vi è una fascia costiera che si estende per sei Km circa di spiaggia suddivisa in arenile “Le Morge” e ghiaiosa “Costa Verde” con fondali ideali per la pesca subacquea, con colline che si affacciano sul mare pieno di boschi secolari, una situazione siffatta non è riscontrabile in altre località limitrofe. Questo determina un notevole afflusso di persone, specialmente durante il periodo estivo. I turisti che giungono da ovunque soggiornano nei camping, molti sono anche i pendolari provenienti dall’entroterra.

Rocca San Giovanni

Rocca San Giovanni e’ situata su un colle roccioso a 154 m s.l.m. E’ in vista del mare tra le foci del fiume Sangro e del torrente Feltrino. Il suo territorio si estende su una superficie di 21,47 kmq su un’area di basse colline. Il paese e’ un centro prevalentemente agricolo, con la coltivazione di olive, cereali e uva, ma importante è anche l’artigianato e il turismo, soprattutto quello costiero delle zone del Cavalluccio, della Foce e Vallevò.

Oltre al caratteristico centro storico, interessante da vedere è la Grotta delle Farfalle. A Rocca S. Giovanni si conservano alcuni resti dell’antica cinta muraria, che un tempo circondava l’intera cerchia abitata. Da vedere, inoltre, la chiesa di S. Matteo Apostolo, eretta in stile romanico a tre navate, e il Palazzo Municipale del XIX sec., conserva numerose opere d’arte.

Storia

Il paese fu fondato nell’XI secolo da Oderisio I ed ampliato da Oderisio II abati del Monastero di San Giovanni in Venere come forte di rifugio per i monaci dell’abbazia stessa. In effetti il primo documento in cui viene menzionato il paese è del 1º marzo 1046 in un diploma dell’imperatore Enrico III per il monastero stesso. Nel 1346 i cittadini di Lanciano espugnarono il paese per rubare il grano ivi contenuto. Nel 1381 un nuovo saccheggio con susseguente incendio interessò il paese da parte di Ugone Ursini conte di Manoppello. Nel 1453 ebbe una zecca dove Innico d’Avalos faceva coniare oro, argento e rame a suo nome. Il terremoto del 1626 distrusse gran parte delle mura. Nel XIX secolo il territorio comunale non subisce modificazioni strutturali.

 

Moneta di rame coniata a Rocca San Giovanni. Dritto
Il 24 gennaio 1863 l’allora sindaco Giustino Croce fece voto di debellare il brigantaggio nel territorio comunale. Egli stesso afferma che il brigantaggio “ha preso una misura colossale in tutta Italia. È espressione solenne e concorde di tutto un popolo che protesta contro tutte le scene di sangue e desolazione e riafferma incontrastabilmente il concetto unitario in cui tutto il popolo anela!…” Agli inizi del XX secolo un grande esodo interessò il paese con meta Stati Uniti, Canada, Argentina ed Australia. I nazisti distrussero una torre quadrangolare detta “Il castello” l’8 novembre 1943.

San Vito Chietino

San Vito Chietino è collocato su una collina rocciosa che si allunga fino al mare, da cui si può osservare un ampio paesaggio che va dalla Maiella al Gran Sasso fino a Vasto. Paesaggio aperto sul mare Adriatico e da cui si possono vedere diversi trabocchi.
Il paese comprende anche la frazione collinare Sant’Apollinare, che gode di una veduta delle zone rurali, coltivate prevalentemente a viti e ulivo ed una frazione marina che si estende lungo la Costa dei trabocchi e include nel proprio territorio il fiume Feltrino.

Storia

Per trovare le prime notizie sul borgo di San Vito Chietino dobbiamo tornare all’epoca della Repubblica Romana: infatti già a quel tempo esisteva un porto costruito in prossimità del fiume Feltrino risalente all’epoca frentana. Il porto venne poi utilizzato dai Romani nel periodo dell’Impero come base per i collegamenti al di là dell’Adriatico ed ebbe anche notevole importanza strategica come rifugio per le loro navi mercantili. Nell’epoca delle invasioni barbariche i Longobardi presero possesso del porto denominandolo Wald, da cui successivamente ebbe origine la derivazione del nome in Gualdum. Nell’Altomedioevo il porto di Gualdum godeva di notevole prestigio: Carlo Magno cedette il feudo con il porto al monastero di Casauria come dono.

Nel XI secolo il lido conobbe un periodo di decadenza (comune a tutta la costa adriatica in quel tempo) e fu abbandonato, lasciandolo riempire di pietre e detriti portati dal fiume. La vita invece continuava sul borgo costruito sulla collina sovrastante il porto dove già in epoca paleocristiana venne edificata una chiesa in onore di San Vito Martire: nel medioevo venne costruito un castello, di cui però non si hanno notizie precedenti l’anno Mille. Il castello, di cui al giorno d’oggi si possono ancora osservare alcuni resti delle mura di cinta nel centro storico del paese, cambiò successivamente il suo nome in quello del martire che dava già il nome al borgo che si estendeva intorno ad esso.

Nel 1385, un documento pervenutoci attesta la proprietà del castello e del porto di Gualdum all’abbazia di San Giovanni in Venere. Successivamente, dopo che gli abitanti del feudo di Sanctum Vitum si erano schierati a favore del Papa Urbano VI, il castello venne sacchegiato dai seguaci dell’Antipapa Clemente VII, guidati da Ugone degli Orsini. L’Abate di San Giovanni in Venere invocò allora l’aiuto della limitrofa cittadina di Anxano (oggi Lanciano), che riuscì a ribaltare la situazione ed ottenne così in enfiteusi perpetua il feudo di San Vito pagando un canone annuale di 60 carlini d’argento all’abbazia di San Giovanni in Venere. Lanciano vide nel porto di San Vito un ottimo mezzo per aumentare il commercio in entrata ed uscita per le sue fiere, già famose in tutta Italia, ed inziò così la ristrutturazione del porto. Questa situazione scatenò la preoccupazione di Ortona, che vedeva così minacciata la sua egemonia sul mare che deteneva nella zona: così gli ortonesi ricorsero a Ladislao I, allora re del Regno di Napoli, che revocò a Lanciano l’autorizzazione per ricostruire il porto sanvitese.
Santa Maria, interno

Da questo avvenimento scaturì un lungo pediodo di guerre tra Lanciano e Ortona per il possesso del feudo di San Vito, che veniva ora posseduto da l’uno, ora da l’altro. Ci fu solo una pace provisoria grazie a san Giovanni da Capestrano, che nel 1427 mise d’accordo le due città stabilendo il condominio del feudo, ma la pace fu breve. Durante le guerre di successione per il trono del Regno di Napoli, Lanciano approfittò della situazione per riappropriarsi del porto di San Vito: esso venne in breve tempo interamente ricostruito e riportato allo splendore di un tempo. Ma la reazione di Ortona non tardò ad arrivare: essa infatti assoldò l’allora celeberrimo pirata Mijobarone che distrusse il porto e saccheggiò le case del paese, mantenendo la zona sotto controllo con una strategia del terrore, anche se il feudo rimase sotto la giurisdizione lancianese. Nel periodo aragonese del Regno di Napoli il porto era ancora utilizzato dai lancianesi per le loro fiere ed era un punto nevralgico del commercio marittimo della zona.

Ortona

Ortona è una cittadina di oltre 23.600 abitanti che si trova in Abruzzo, in provincia di Chieti. Situata a pochi km. da Pescara, Ortona è una delle località di mare più frequentate della regione. Le sue origini sono molto antiche e in passato la città, ricopriva la carica di sede vescovile.
Un promontorio sostiene anche l’intera città, ricostruita in seguito alla devastazione avvenuta nella battaglia dei 24 giorni del dicembre 1943, sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
L’economia di Ortona è prevalentemente basata sul turismo balneare, in quanto la cittadina è dotata di splendide spiagge e di numerose attrattive turistiche.
San Tommaso Apostolo, festeggiato ogni anno la prima domenica di magio, è il patrono di Ortona.

Storia

È incerta la data di fondazione della città; le prime informazioni risalgono a quei popoli italici, probabilmente frentani, che abitarono la fascia di Abruzzo adriatico compresa tra Ortona, Lanciano e Vasto. Ortona costituiva, quindi, il porto dell’area frentana. Un’altra ipotesi è che la città sia stata fondata da pirati illirici provenienti dalla Dalmazia. Sulla città italica fu costruita la città Romana della quale permangono alcuni tracciati stradali, porzioni di recinto dell’urbs e della quale sono stati rinvenuti diversi reperti. Caduto l’impero romano la città passò sotto la dominazione bizantina durante la quale diventò sia punto strategico della guerra contro i Longobardi che controllavano l’entroterra, sia luogo per lo scambio di merci tra questi. Nell’anno 803 fu conquistata dai Franchi e annessa alla contea di Chieti.

In seguito alla conquista Normanna del 1075 la città venne annessa al Regno di Napoli. Nel 1258 vennero portate ad Ortona le ossa dell’Apostolo Tommaso, provenienti dall’isola greca di Chio, nell’Egeo, dal navigante ortonese Leone Acciaiuoli, di ritorno da una spedizione navale ortonese in appoggio ai Veneziani in lotta contro i Genovesi.
Castello Aragonese

Nella prima metà del XV secolo venne costruita la cinta muraria ancora visibile in parte, ad opera del condottiero Giacomo Caldora. Durante il XV secolo la città ha vissuto una stagione di lotte con la vicina città di Lanciano, terminata nel 1427 con un lodo pacificatore.

Il 30 giugno 1447, a causa delle rivalità tra Alfonso d’Aragona e la repubblica di Venezia, Ortona fu invasa dai veneziani che distrussero porto, magazzini e arsenale navale senza però riuscire a penetrare nella cinta muraria. A questo periodo risale quindi la costruzione del castello aragonese, in parte franato e in parte distrutto dalle guerre, ma recentemente restaurato. Il progetto del castello aragonese è attribuibile a Francesco di Giorgio Martini che nello stesso periodo ho operato nel vicino Montefeltro. I rapporti con Venezia furono altalenanti, essendo Ortona a volte vicina a questa, a volte preferendo stabilire rapporti con la Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik in Croazia.

Nel 1582 la città venne acquistata da Margherita d’Austria, figlia di Carlo V, duchessa di Parma e Piacenza. La stessa Margherita decide nel 1584 di costruire un grande palazzo ducale su disegno di Giacomo Della Porta (Palazzo Farnese), mai completato a causa della sua morte.

Dal 1829 al 1854 ci furono timide iniziative antiborboniche grazie ad un gruppo di carbonari. Nel 1848 fu eletto al Parlamento Napoletano il canonico, di idee liberali, Domenico Pugliesi. Il 9 settembre 1860 il Decurionato (Consiglio Comunale) di Ortona all’unanimità delibera l’adesione al Regno d’Italia, o meglio al Governo di Garibaldi, prima della battaglia di Castelfidardo (18 settembre) e di quella del Volturno (1-2 ottobre). Tuttavia, come in tutto l’Abruzzo, il fenomeno del brigantaggio rimase vivo fino al 1863.

Porto di Ortona

Attraversato il periodo fascista la città diventa terreno di aspri scontri durante la Seconda guerra mondiale. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1943, la famiglia reale dei Savoia, dopo aver pernottato nel castello ducale di Crecchio, lascia dal porto di Ortona l’Italia occupata dai nazisti per approdare nella già liberata Brindisi e cosi completare la fuga. Da Ortona passa la linea Gustav, che ha l’altro capo a Cassino: una linea di difesa fortificata apprestata dalle forze germaniche nel punto più stretto della penisola. Infatti è proprio durante la seconda guerra mondiale che Ortona conosce momenti veramente difficili. La maggior parte della popolazione ortonese è costretta a scappare dalle proprie case. A nord, l’esercito tedesco e a sud, quello degli alleati, bombardano ininterrottamente Ortona per circa 6 mesi. La città praticamente rasa al suolo, venne definita da Winston Churchill come “Piccola Stalingrado” per via del fatto che, similmente alla città russa, la battaglia si prolungò lungamente nel corpo della città. Restano in piedi pochissimi edifici e comunque con gravissimi danni strutturali. La città fu liberata soltanto nel dicembre del 1943 quando le forze alleate oltrepassarono la linea Gustav sul versante tirrenico. Per questo motivo la città fu insignita della medaglia d’oro al valor civile.

Fossacesia

Fossacesia si trova su un’altura della fascia litoranea alla sinistra della foce del fiume Sangro. Il territorio del comune, intensamente coltivato, si estende per 30,08 km². Le spiagge per la quasi totalità sono ricoperte da ciottoli bianchi tuttavia per piccoli tratti vi si trovano spiagge di sabbia.
A nord delle spiagge, sulle quali si affaccia la maggioranza delle strutture ricettive, si trova il litorale roccioso di Punta Cavalluccio, punteggiato dai caratteristici Trabocchi, le antiche strutture per la pesca protese sul mare.Il territorio comunale si estende dalla costa, lungo la piana del fiume Sangro salendo in collina in direzione di Lanciano. Il litorale presenta una vegetazione ricca e spiagge di ciottoli e sabbia, variegando il paesaggio costiero del medio Adriatico di baie e insenature, profumate di ginestre e finocchietto marino. Sugli scogli che affiorano a pochi metri dalla riva, antiche costruzioni in legno dominano gli alti fondali con pennacchi e impalcature della sapiente arte locale di pescare restando a riva. Si tratta dei trabocchi abruzzesi, celebrati da D’Annunzio per il fascino misterioso di queste piattaforme saldate alla scogliera, oggi tutelate da leggi regionali come beni culturali primari.

Storia

Nel IX secolo Fossacesia subì una colonizzazione monastica da parte dei benedettini di Farfa che vi organizzarono una corte, un’azienda fondiaria e amministrativa intorno alla quale si costituì l’aggregato umano formato da coloni e artigiani al servizio dell’abbazia di San Giovanni in Venere.

Nell’anno 1004 fu fondata l’abbazia da Trasmondo II, Conte di Chieti. Nell’anno 1195 il diploma dell’Imperatore Enrico VI di Svevia concedeva in privilegio all’abbazia di San Giovanni in Venere una località vicina chiamata Fossamcaecam. Nel XII secolo il nome veniva scisso in Fossam Caecam. In seguito, il toponimo subì diverse varianti e nel 1239 compare la scritta Fossacieca.

Nella seconda metà del XII secolo: l’abbazia, distrutta negli anni precedenti, fu ricostruita dall’abate Oderisio II (1155-1204).

Nel XVI secolo l’abbazia fu devastata dalle incursioni saracene.
Nel 1585 fu affidata da Papa Sisto V all’Oratorio di Santa Maria di Vallicella in Roma.
Nel XVII secolo Fossacesia passò sotto il dominio dei de Rubeis ma alla fine del Settecento era Terra Regia.
Nel 1671 spuntò il binomio Fossa Ceca.
Nel 1802 il binomio Fossa Ceca fu unito in una sola parola.
Nel 1863 compare il toponimo definitivo, Fossacesia.